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La Danimarca è un piccolo e pacifico Paese di circa sei milioni di abitanti. Non possiede riserve petrolifere degne di nota e non ha controversie con i propri vicini. Eppure, ogni giorno, circa 192 navi attraversano le sue strette acque, trasportando greggio russo per un valore di decine di milioni di dollari. Ciò che sorprende è che, in base a un trattato firmato oltre 160 anni fa, la Danimarca non può impedirne il passaggio.

Tre stretti, un unico accesso al Baltico

Il Mar Baltico non è un oceano. Assomiglia piuttosto a un vasto mare interno: semi-chiuso, relativamente poco profondo e collegato all’oceano da un unico sbocco. Questo passaggio verso il Mare del Nord si articola in tre stretti situati tra la Danimarca e la Svezia, noti collettivamente come Stretti danesi.

Il più importante è il Grande Belt (Storebælt in danese): lungo 60 chilometri e largo tra 16 e 32 chilometri, rappresenta la principale via di transito della regione, con oltre 50.000 navi che lo attraversano ogni anno. Più a est si trova l’Øresund, più stretto e spettacolare. Si estende per 118 chilometri e nel punto più angusto misura appena quattro chilometri di larghezza. Qui il ponte dell’Øresund collega Copenaghen a Malmö. È uno dei pochi luoghi al mondo dove è possibile osservare una petroliera transitare sotto un ponte percorso da treni pendolari. Il terzo passaggio, il Piccolo Belt (Lillebælt), è il meno profondo e il meno trafficato; viene utilizzato soprattutto da unità costiere di dimensioni ridotte.

Complessivamente, i tre stretti registrano il transito di circa 70.000 navi all’anno, pari a una media di 192 al giorno.

Cosa transita attraverso questi stretti

Le quantità movimentate attraverso questi passaggi marittimi sono imponenti.

Ogni giorno vi transitano circa 1,6 milioni di barili di petrolio russo, pari a quasi il 40% delle esportazioni marittime di greggio della Russia. In termini di valore, attraverso queste acque passa petrolio per circa 60 miliardi di dollari l’anno. Il greggio viene caricato nei terminal baltici di Primorsk e Ust-Luga e successivamente spedito verso Cina, India e Turchia.

Sebbene il petrolio catalizzi gran parte dell’attenzione, gli stretti danesi svolgono un ruolo essenziale anche per il commercio mondiale. Beni di consumo, macchinari, prodotti chimici e derrate agricole dipendono dal regolare funzionamento di queste rotte marittime. Qualsiasi interruzione avrebbe conseguenze ben oltre il settore energetico, con ripercussioni sull’intera economia europea.

La flotta ombra

Dopo l’introduzione delle sanzioni occidentali contro la Russia nel 2022, il trasporto del petrolio russo ha subito una profonda trasformazione. Molte compagnie di navigazione, assicuratori e istituti finanziari occidentali si sono ritirati dal mercato. È così che si è affermata la cosiddetta «flotta ombra».

Si tratta prevalentemente di navi datate che operano al di fuori dei circuiti tradizionali del trasporto marittimo. Sono spesso registrate in giurisdizioni poco trasparenti, appartengono a società di comodo e, quando dispongono di una copertura assicurativa, questa è fornita da operatori marginali estranei ai principali mercati assicurativi internazionali. Tra il 2022 e il 2024 la flotta è cresciuta del 277%. Oggi tra il 65% e l’80% del petrolio russo trasportato via Baltico viaggia a bordo di queste navi.

Ogni mese circa 175 petroliere della flotta ombra attraversano gli stretti danesi. L’età media delle imbarcazioni è di 17 anni. I sistemi AIS che consentono di identificare e localizzare le navi vengono frequentemente disattivati o manipolati. Le coperture assicurative, quando esistono, risultano spesso insufficienti a coprire i costi di un grave incidente ambientale. Come evidenziato dalle inchieste di Bloomberg, non si tratta più di un fenomeno marginale, bensì di una componente ormai stabile del traffico marittimo nel Baltico.

Il vincolo giuridico che lega la Danimarca

Perché dunque la Danimarca non blocca semplicemente queste navi?

La risposta risiede in un accordo firmato nel 1857. All’epoca la Danimarca imponeva pedaggi alle navi che attraversavano le sue acque, una pratica contestata dalle principali potenze marittime. La Convenzione di Copenaghen abolì tali diritti di passaggio e sancì la libertà di navigazione attraverso gli Stretti danesi per tutte le nazioni, indipendentemente dalla bandiera o dal carico.

Questa garanzia è rimasta in vigore fino a oggi. In base al diritto internazionale, la Danimarca non può chiudere unilateralmente gli stretti né imporre dazi generalizzati. Può tuttavia introdurre norme ambientali e di sicurezza, purché siano applicate indistintamente a tutte le navi. Non può invece negare il passaggio alle petroliere russe. Un simile provvedimento provocherebbe una crisi giuridica e diplomatica e potrebbe creare un precedente che altri Stati potrebbero invocare per restringere l’accesso ai propri stretti. Sebbene Copenaghen abbia annunciato controlli più rigorosi, i margini d’azione giuridici restano limitati.

Perché un incidente petrolifero nel Baltico sarebbe particolarmente grave?

Il Mar Baltico è uno degli ecosistemi marini più vulnerabili d’Europa. La sua profondità media è di appena 55 metri e il ricambio delle acque è estremamente lento: occorrono tra i 25 e i 30 anni affinché l’acqua venga completamente rinnovata. La bassa salinità contribuisce inoltre a creare un ecosistema particolarmente fragile.

La gestione di una fuoriuscita di petrolio è molto più complessa rispetto a quella in mare aperto. In condizioni realistiche, nel Baltico si riesce a recuperare soltanto tra il 10% e il 20% del greggio disperso. Il resto si deposita sui fondali o entra nella catena alimentare.

Un singolo incidente che coinvolga una grande petroliera potrebbe provocare danni compresi tra 10 e 50 miliardi di euro, con operazioni di bonifica destinate a protrarsi per anni. L’incidente avvenuto nel Mar Nero nel dicembre 2024, quando due petroliere della flotta ombra si spezzarono durante una tempesta provocando una delle più gravi maree nere della regione, mostra concretamente quali potrebbero essere le conseguenze. Nel Baltico, più chiuso e più fragile dal punto di vista ecologico, l’impatto rischierebbe di essere ancora maggiore.

Perché gli operatori seguono con attenzione gli stretti danesi

Per gli operatori delle materie prime, gli stretti danesi rappresentano un importante indicatore in tempo reale dell’andamento del commercio petrolifero russo.

La misura più osservata è lo spread Urals-Brent, ossia il differenziale di prezzo tra il greggio russo Urals e il Brent, il riferimento internazionale del mercato. Quando i transiti della flotta ombra diminuiscono oppure i Paesi baltici annunciano controlli più severi, questo differenziale tende ad ampliarsi nel giro di 48-72 ore.

La correlazione inversa tra i volumi di transito negli stretti danesi e il prezzo dell’Urals è pari a circa 0,71. Un livello sufficientemente elevato da spingere molti operatori a utilizzare sistematicamente i dati AIS delle petroliere della flotta ombra come strumento di monitoraggio. Anche semplici segnali credibili di un rafforzamento delle sanzioni possono modificare i differenziali di prezzo dell’Urals tra l’8% e il 15%.